L’ideale amicizia filosofica tra Simone Weil e Hanna Arendt

La filosofa francese è l’autentica ermeneuta della dissoluzione del radicamento dell’Europa allo spirito di un luogo, alla storia, alla famiglia, a Dio. Per essa, infatti,  l’esistenza di un bene supremo ed assoluto al di là del tempo e dello spazio non assolveva gli uomini da provare un puro amore per la propria patria e a sacrificarsi, anche con la vita, per la sua salvezza.

Roberta Paolini

“Solo quelli che amano sono disposti a morire per altri” (PLATONE, Simposio, 179b,)

Il senso di non appartenenza ad un luogo e ad una memoria storica è la malattia della modernità, e la fondazione di un principio che coaguli gli slanci vitali, le intelligenze e le anime delle nazioni non può passare per il dirigismo delle regole, per le sclerosi della norma. Deve invece recuperare il senso vero di appartenenza ad un luogo, ad una storia, deve ricordare in una parole le sue radici. Affidarsi all’acume filosofico di due interpreti meravigliose del nostro tempo come Hanna Arendt e Simone Weil può forse aiutare a recuperare i principi che alimentano le ragioni di una Comunità europea, un crogiuolo di patrie, ma anche di identità individuali.

Per entrambe le filosofe la lucidità e l’intransigenza speculativa dovevano scardinare i dogmi (le vane illusioni) e riappropriarsi di un ruolo che, accettando la dilaniante contraddizione dell’esistenza, consegnasse all’uomo contemporaneo la verità del suo essere e la possibilità dell’agire giusto.

Hanna Arendt, vicina alla morte, toccò forse il momento più alto del suo pensiero con La vita della Mente (edito in Italia per Il Mulino), più che un testamento spirituale una via d’accesso all’aporia umana. In modo nitido, come sempre e senza compromessi, essa scandaglia l’inimicizia originaria tra filosofia e senso comune, la colpevole “impoliticità del pensiero”. Un’interrogazione incessante sul radicamento, l’origine, intesi come continua ricerca del presente, uno sferzante postulare sull’irrisolta e inestinguibile temporalità dell’uomo, scisso tra futuro e passato, ramingo nel deserto della sua esistenza alla ricerca dell’origine. E’ nella malinconia di quell’inizio: la malattia del nostro tempo. Tutta la filosofia della Arendt è una ricerca del radicamento, dell’origine dell’uomo, di colui che riconoscendosi nel suo volere e nella sua individualità è gettato nella radura dell’essere.  E’ lì, dinanzi all’ineludibile temporalità del suo esistere, dalla percezione della sua doppia origine, creatura ex nihilo e essere storico, che “diviene intelligibile la rilevanza del prossimo. L’altro , in quanto appartenente al genere umano è il prossimo, e lo è anche nel suo essere in risalto e nella sua espressività che scaturiscono dalla realizzazione del suo isolamento di singolo.” Nella dimensione dell’agire politico la coincidenza tra attore-spettatore consente il riconoscimento dell’atro, poiché l’io “incapsulato in un io corporeo” è “ apparenza tra le apparenze.” La riconquista del sapere filosofico come teoria politica (la greca Politheia, governo del molteplice), il recupero  di una verità speculativa non sterile e passiva, ma attiva e fondata su praxis e logos permettono alla Arendt di dispiegare la riconciliazione tra il volere e il giudicare con la facoltà umana per eccellenza: l’azione.

L’agire “ha bisogno di un deliberato progettare” che è proairesis (Scelta), “facoltà mediana, inserita […] all’interno della dicotomia tra ragione e desiderio.” La scelta è il precursore della volontà, “essa schiude alla mente un primo, piccolo spazio ristretto senza il quale la mente sarebbe consegnata a due forze coercitive opposte: la forza della verità autoevidente, […] la forza delle passioni e degli appetiti. […]”. Per la Arendt la presa di coscienza della libertà, del libero arbitrio, si sottrae alla sfera di quelli che Kant chiama “filosofi di professione”, più preoccupati a “interpretare” il mondo che a “cambiarlo”. Per essi la libertà infatti non sopravvive nella teoria politica, l’unico destino che gli è stato riservato è quello dell’infondatezza utopica del “regno della libertà”, deriva metafisica dei materialisti “nella sua versione marxiana, […] equivarrebbe ad una pace sempiterna in cui tutte le attività specificatamente umane languirebbero prive di vita”.

L’ideale amicizia filosofica tra Simone Weil e Hanna Arendt, tanto più straordinaria se si pensa che le due non si incontrarono mai, né ci fu mai un qualche rapporto fra loro, si rivela in maniera pregnante in uno degli ultimi scritti della filosofa francese, in cui s’impone la preoccupazione per una possibile cura alla malattia dello sradicamento. L’Enraciment (titolo editoriale voluto da Albert Camus curatore dell’edizione postuma del 1949,  nella collana Espoirt di Gallimard, l’originale è Prélude à une déclaration des devoirs envers l’être humain e tradotto e tradito in italiano con La prima radice edito dalla SE) viene redatto tra il 1942 e il 1943 a Londra, nel cuore della roccaforte della resistenza francese al governo di Vichy. Lo scritto restò incompiuto, la Weil morì nell’agosto del ’44, ma in quegli anni redasse ben nove saggi, editi come Ecrits de Londres, in cui il tema del lavoro e l’ assordante percezione dello sradicamento che ne deriva, divennero la croce del suo pensiero.

La nozione di obbligo penetrò la sua mente in misura più severa che mai. Nella solenne convinzione che la libertà si dà all’uomo solo come forma di giustizia: la Weil edificò un impianto morale di rigore stringente. Scrive nei Cahiers “Sentivo che qualsiasi cosa mi avessero comandato l’avrei fatta; perché ero un soldato di seconda classe; ma non avrei mai fatto niente volontariamente, non potevo”.

Qual è la fonte di energia presente in un ordine che permette di compiere un atto eroico senza essere un eroe? Per essere un eroe: dare un ordine a se stesso.” Il grado di eroismo è misura proporzionale dell’obbedienza alle leggi della necessità, la sottomissione del proprio volere è il massimo di giustizia. L’energia supplementare, le pulsioni umane non hanno freno, sono illimitate, le possibilità reali non lo sono. Non si tratta, dunque, di una semplice rinuncia, ma della consapevolezza che ciò implica, per l’uomo, il raggiungimento di uno stato di grandezza morale: l’uomo che si sottopone, con coscienza, al limite è un giusto. Antigone, figura chiave nell’universo speculativo weiliano, è un eroe puro: ella è nata per amore e non per odio, per amore si è fatta maledizione, espiando i peccati commessi dai suoi antenati. Così ogni essere puro arresta la maledizione del peccato, dell’energia supplementare, della forza, concentrando su di esso la violenza e trasformandola in dolore. La colpa trasmessa dall’uno all’altro uomo “ non può essere distrutta che dalla sofferenza di una vittima pura, obbediente a Dio”.

Lo sradicamento “supremo, istantaneo, da quello che ciascuno chiama io” è il momento spiritualmente più alto dopo l’accettazione della morte, ed apre alla dimensione del radicamento. Dice ne L’enraciment “una società fondata su una spiritualità del lavoro sarebbe il grado più elevato di radicamento dell’uomo nell’universo”.

Invece l’uomo contemporaneo è avvelenato dalla menzogna, estirpato dal suo territorio e confinato in una dimensione a-topica, ove l’essere umano è esiliato nell’omonimia spirituale, stabilita dai dettami dello statalismo. In aperto riferimento al fanatismo asservito allo stato e che non serve lo stato,  dice “Il bene più prezioso dell’uomo  nell’ordine temporale, cioè la continuità nel tempo, al di là dei limiti dell’esistenza umana […] è stato interamente rimesso allo stato”.

Questa forma di schiavitù odiosa provoca un allontanamento dalla patria, dalla sorgente nativa, è un’interruzione delle proprie origini. Qui si erge la superiorità della Weil sulla Arendt (che forse impedita dalla morte non poté giungere al fondo del suo pensiero). La filosofa francese è l’autentica ermeneuta della dissoluzione del radicamento dell’Europa allo spirito di un luogo, alla storia, alla famiglia a Dio. Per essa, infatti,  l’esistenza di un bene supremo ed assoluto al di là del tempo e dello spazio non assolveva gli uomini da provare un puro amore per la propria patria e a sacrificarsi, anche con la vita, per la sua salvezza.

Amore e non idolatria, un sentimento di pungente tenerezza verso una cosa “bella, fragile e peritura è ben più ardente di quello che si prova per la grandezza nazionale. […] un uomo non è forse capace di eroismo per proteggere i figli, o i vecchi genitori, ai quali tuttavia non si unisce nessun prestigio di grandezza? “.

© Roberta Paolini

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