Quando Simone Weil, all’improvviso, incontrò Dio

Meditazioni. Il pensiero della filosofa francese che «cessando di esistere» aprì le porte alla più sconvolgente delle esperienze mistiche.

«Cristo vuole che gli si preferisca la verità, perché prima di essere Cristo è verità»

di Roberta Paolini

“Se qualcuno mi dice di aver incontrato Dio, io non gli credo. Ma se me lo dice un santo, devo fare attenzione a ciò che dice. Poiché il santo sa resistere a se stesso ed alla propria immaginazione. La santità della vita è dunque il criterio; perché se c’è santità essa si manifesta nella vita. La ragione per credere all’esperienza di Simone Weil è la sua vita.” (Simone Pétrement; La vita di Simone Weil) Dell’esperienza mistica di Simone Weil non vi sono scritti “pubblici”, fatta eccezione per due lettere, che inviò all’ amico-padre confessore Joseph Marie Perrin e al poeta Joe Bosquet, e il documento poetico noto come Prologo. Di questo scritto, metaforica narrazione del suo incontro con il Cristo, risultano due diverse  redazioni, una posta sull’ultimo dei Quaderni di Marsiglia, il IX, ed una all’inizio della Connaissance Surnaturelle. Nella prima stesura figura l’indicazione della Weil “Inizio del libro (il libro che dovrebbe contenere i miei pensieri e molti altri)”, intendendo con ciò, che era un discorso sul contatto mistico la necessaria introduzione all’officina della sua filosofia: i Cahiers. Non rivelò ad altri il “singolare incontro”, la stessa Pétrement, amica e biografa di Simone Weil, non ne fu mai personalmente informata “lo dirà sia a padre Perrin che a Joe Bosquet (con me non ne parlò mai)”.  Le ragioni di tale silenzio s’incardinano sulla certezza che quando l’anima è in colloquio interiore con Dio, le parole che in quel momento essa ode, non sono le parole della pubblica piazza ma delle parole d’amore. Scrive la filosofa francese a Padre Perrin “Quando autentici amici di Dio, quale a mio parere fu Maister Eckhart, ripetono le parole che hanno udito nel più segreto silenzio, durante l’unione d’amore, se queste non concordano con l’insegnamento della Chiesa, ciò significa soltanto che il linguaggio della pubblica piazza non è quello della camera nuziale”. Nelle sue meditazioni su Dio mai avrebbe pensato alla possibilità di un contatto reale con il Cristo, la sua filosofia, scevra di qualsiasi slancio illusorio, non glielo avrebbe mai permesso. L’inatteso contatto la convinse che “non si resiste mai abbastanza a Dio, se lo si fa per puro spirito di verità. Cristo vuole che gli si preferisca la verità, perché prima di essere Cristo è verità, non si farà molta strada senza cadere nelle sue braccia.” L’attività speculativa, il processo cognitivo sono la mistica unione con il Vero anche per Marco Vannini. Il più autorevole studioso italiano di mistica speculativa sostiene infatti, nel suo Storia della mistica occidentale (454 pp. 10,80 €, edito nel febbraio 2005 da Mondatori nella collana Oscar Storia) che sorgente della mistica occidentale non è la religione ma il Logos, la ragione. E la pietra angolare del pensiero greco, l’Iliade: è l’autentico nucleo ispiratore della dialettica (intesa nel senso platonico di ascesa, attraversamento del Logos) che porta a Dio. Alla Weil spetta il merito di aver, per prima, scorto nei versi omerici ciò che hai più era sfuggito: il vero protagonista, “il centro dell’Iliade, è la forza. […] La forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa.  […] Essa ha il potere di trasformare gli uomini in cose; un potere che è duplice e si esercita da ambo le parti: la forza pietrifica diversamente, ma ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano.” E oltre, riferendosi alla filosofa “Nel mondo contemporaneo ella vede il pieno dispiegarsi dell’adorazione della forza, ossia dell’alienazione, intesa come lontananza dal Bene, che è Dio. Ciò avviene sotto l’aspetto dell’adorazione della tecnica – forma servile ed utilitaristica, amorale, intrinsecamente violenta e totalitaria della scienza; sia sotto quello dell’adorazione sociale” e ancora “ fino alla forma estrema di idolatria sociale, che è quella di pensare ad una società perfetta, da realizzarsi magari con la violenza. La rivoluzione marxista, e non la religione, è infatti per la Weil l’oppio dei popoli.” Al contrario, la preghiera apre all’intimo colloquio dell’anima con Dio. È un’ “orazione interiore ininterrotta” che non permette di distogliere l’attenzione dal nostro sentimento di impotenza e che vincola all’opprimente percezione del malheur (sventura). La sua necessità, absoluta necessitas, costringe a fare i conti con la miserabile esistenza umana.  La preghiera, apre e amplifica quella ferita che il malheur produce, la sofferenza squarcia il velo illusorio dell’immaginario aprendo alla relazione con l’alterità.

Non stupisce che sia proprio la Weil, il cui pensiero è spesso stato violentato da superstizioni e mitomanie contemporanee quali il marxismo o il femminismo, la guida sotterranea del percorso di Vannini attraverso figure mistiche eccellenti: da Eraclito a Platone, da Meister Eckhart a Giordano Bruno, da Wittgenstein a Madre Teresa.

La visione base della metafisica weiliana, infatti, è la condizione di peccato dell’uomo, egli “deve fare l’atto di incarnarsi perché  è disincarnato dall’immaginazione.” La redenzione è attuabile solo mediante un atto morale e metafisico al tempo stesso: la de-creazione,  il de-potenziamento, la riduzione a brandelli l’io soggettivo. La morte dell’io non lascia, tuttavia, un nulla muto, ma apre le porte allo strazio, a quella ferita, supremo strappo, che divarica l’uomo e lo apre all’impersonale: solo con l’abdicazione del Sé personale si giunge alla verità.

“Non si deve desiderare di morire per vedere Dio, faccia a faccia, ma vivere cessando di esistere affinché in un sé che non è più sé Dio e la sua creazione si trovino faccia a faccia; e più tardi, un giorno, morire.” dice la Weil nei Cahiers.

E la filosofia non è forse, da Parmenide a Platone, da Hegel a Nietzche : tensione all’Assoluto, all’arché, al principio, al Bene? La consunzione dell’Io soggettivo, lo svuotamento dalle pulsioni volitive, l’uscita da sé, l’estasi (ek-stasis) di plotiniana memoria: l’unione con l’Uno? La visione della realtà autentica è frutto di un addestramento, di “una morte condizionata e a scadenza”, è il concetto platonico di filosofia come esercizio di morte dell’Io corporeo, dove il corpo (soma) è tomba (sema) dell’anima. Per la Weil, afferma Vannini, “vi è coincidenza tra platonismo e cristianesimo” e “l’essenza del cristianesimo è la mistica, di cui Platone è il padre occidentale”. Sul futuro dell’occidente  tuttavia l’autore sospende il giudizio, ma si congeda con una certezza: “la rinuncia da parte della religione cattolica ufficiale ad appropriarsi del pensiero di Simone Weil testimonia davvero l’incapacità di confrontarsi liberamente con la più alta esperienza spirituale di questo secolo.”

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